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Il periodo di fondazione di Marianopoli  appare abbastanza controverso nella disamina effettuata dagli autori che si sono cimentati a ricostruire la storia dell’abitato.

Secondo il Rodanò, Marianopoli “ nel primo del volgente secolo non si componea che di sole capanne, indi vi apparve qualche miserabile casupola, fu fondata sulla fine del secolo diciottesimo nel feudo Manchi dalla famigli Alliato, cui appartenevasi”. L’autore precisa, inoltre, che “ la storia di nostra terra non ne fa menzione,ed appare la prima volta nella partizione giurisdizionale del 1819 con pochi abitanti che oggidì, giusta il censo statistico del 1854 ammontano a 1951”.

Il De Spuches scrive che Marianopoli fu “ fabbricato dopo il 1801 nel ex feudo Manchi di Bilici” dal barone Vincenzo Paternò Lombardo, il quale , “ per aver costruito l’abitato… ebbe concesso il titolo di Marchese sul feudo Manchi di Bilici”.

Anche il Di Marzo è dell’avviso che la fondazione di Marianopoli è da far risalire agli inizi del XIX secolo, poiché la prima notizia in merito al paese la si ha “ nel censimento del 1831”.

Di diverso parere è invece l’Amati,Marianopoli – afferma – sorse verso la metà del 1700 “ per opera del barone della Scala Lombardo per mezzo di una colonia greca chiamata dall’Epiro”.

Il sacerdote Luciano Vullo è dell’opinione che “ non si può precisare l’anno della fondazione del paese di Marianopoli”; tuttavia , continua , “ in una casa edificata dai religiosi francescani del convento della vicina San Cataldo …ancor si vede nella parte esterna un edicola col quadro del poverello  di Assisi , il Serafico San Francesco, e al di sopra dell’edicola, in un mattone bene conservato, si legge: 1740.Sarà certo quella una delle prime case in muratura che sorsero nel nascente paese”.Da questa inconfutabile prova, tuttora esistente, padre Vullo è portato a concludere “ che il paese era già fondato prima di quell’epoca”, vale a dire qualche decennio precedente l’anno 1740.

Dal canto suo, il Mulè Bertòlo, utilizzando argomentazioni diverse da quelle del Sacerdote, arriva alle stesse conclusioni. Nel confutare le tesi del Rodanò e del Di Marzo, egli ammette che l’origine di Marianopoli è da far risalire alla prima metà del 1700 e per meglio supportare la sua asserzione, chiama in causa il marchese Vincenzo Mortillaro, ”al  quale – scrive il Nostro – nel 1836 fu affidata la cura di pubblicare l’opera importante di mons. Angelo de Ciocchis Sacrae regiae visitationis ecclesiarum Siciliae”. Il Mortillaro, continua il Mulè Bertòlo, “nell’appendice che fa seguire all’opera, scrive a p. 114 : Questo comune fu dimenticato nella enumerazione del 1798. Inoltre trova fra i nomi dei comuni della diocesi di Nicosia messi in rassegna dal De Ciocchis quello di MARIANOPOLIS : ciò prova l’esistenza di questo comune ai tempi della sacra visita fatta da De Ciocchis che ebbe luogo dal 1741 al 1743”. Per tali motivi, conclude il Mulè Bertòlo, “ l’origine di Marianopoli deve riferirsi, senza tema di errare, alla prima metà del secolo XVIII “. 

Non soddisfatto appieno da questa prova, l’autore cita un passo, tratto dalla Storia generale della Sicilia  di F. Ferrara, che è del seguente tenore : “Da Vallelunga, a 26 miglia da Vicari,se si va a scirocco, si fa un miglio in una vallata, si esce in una pianura di più miglia, si passa la campagna MARIANO, dov’è Marianopoli o Manchi di 1.000 abitanti nato sono circa 80 anni e del quale i primi abitanti furono greci che abbandonarono indi il luogo…”. Il Mulè Bertòlo, considerando che l’opera del Ferrara fu pubblicata nel 1834, arguisce che detraendo ottanta anni da tale data “ci riportiamo alò 1754” periodo in cui egli giudica “essersi fondato il villaggio”.

Secondo Francesco Paternò Castello, duca di Carcaci, il Comune di Marianopoli è sorto nel 1750 , grazie ad “un gruppo di Schiavoni chiamati dal Barone della Scala a popolare e coltivare il feudo Manchi.”

Questa tesi, di notevole interesse storico, è basata sullo studio di documenti in possesso dell’Archivio di Stato di Catania. Prima di riassumerla ampiamente riteniamo utile, per agevolare la comprensione dei fatti narrati dal duca di Carcaci, tracciate per grandi linee il quadro storico in cui si inserisce quel vasto processo di popolamento delle zone interne della Sicilia,che si concluderà con la nascita di moltissimi centri abitati, tra cui Marianopoli.

 

 

LATIFONDO ED IMMIGRAZIONE NEL CENTRO SICILIA .

 

            Agli inizi dell’ età moderna gli unici comuni dei ventidue che oggi fanno parte della provincia di Caltanissetta erano : Butera, Sutera, Mazzarino e Gela.

            Caltanissetta, che allora apparteneva alla Val di Mazzara, si trovava in una posizione di quasi assoluto isolamento dagli altri centri abitati siciliani e per raggiungerla occorreva attraversare “immense lande desolate ed assolate, assolutamente prive di vegetazioni e di agglomerati urbani.”

            I centri più importanti vicini ad essa erano Castrogiovanni e Piazza Armerina, mentre mancavano quei paesi che attualmente costituiscono “ le zone dei principale scambio commerciale umano con il capoluogo”,come San Cataldo, Santa Caterina, Delia, Serradifalco e così via. Esistevano dei casali qua e là ma niente che potesse rappresentare una vera e propria comunità economicamente e civilmente organizzata.

            E’ proprio in questo periodo, tra il XVI ei XVII secolo, che “l’immenso latifondo della Sicilia più profonda” conosce un momento di significativo sviluppo di nuove città e villaggi dovuto soprattutto all’immigrazione di manodopera proveniente dall’estero.

            Secondo l’autorevole opinione del Mack Smith “la Sicilia aveva assorbito nei secoli una lunga serie di popoli immigranti”, gli ultimi dei quali furono i greci e gli albanesi, ”messi in fuga dall’0occupazione turca dei Balcani”. L’autore precisa che “con la costruzione di nuovi villaggi gli albanesi diedero impulso ad un movimento che, prima del 1600, stava gia trasformando la campagna siciliana” e stima che ai circa “ nove nuovi villaggi fondati nel quindicesimo secolo” ne furono aggiunti almeno 150 nei due secoli successivi, raddoppiando così il numero di quelli esistenti in Sicilia,

            Il fenomeno immigratorio fu incoraggiato sia dai proprietari che dai governanti. Entrambi, infatti, percepivano i vantaggi derivanti dall’utilizzo di nuova forza lavoro nelle terre incolte, soprattutto in un periodo in cui la popolazione dei grossi centri urbani, come Palermo e Messina, mostrava segni di notevole crescita, comportando un incremento del fabbisogno alimentare di rilevante portata.

            Inoltre, la formazione di nuove comunità aumentava il prestigio della classe baronale il cui rango sociale si valutava in larga misura dall’estensione dei loro territori e dal numero delle città in cui avevano il potere di vita e di morte.

            Oltre che dall’estero gli abitanti dei nuovi centri provenivano in parte dalla campagna, in parte dai villaggi ed in parte dal demanio reale. Le motivazioni del loro trasferimento derivavano, per lo più dalle pesanti imposizioni delle corvèes, dagli alti donativi e dalle ingiustizie subite nelle corti baronali di provenienza.

            Nei nuovi centri le cose stavano diversamente, almeno nei primi tempi. I feudatari, infatti, per attirare i coloni nelle loro terre vergini, promettevano l’esenzione dalle imposte per periodi abbastanza lunghi ed offrivano contratti d’affitto di maggiore durata con canoni terrieri inferiori rispetto alla media.

            I vantaggi erano, quindi, notevoli e molte persone, nella prospettiva di migliorare le proprie condizioni di vita, colsero l’occasione di trasferirsi nelle nuove località.

 

           COLONI SCHIAVONI NEL FEUDO MANCHI

 

            L’opera di colonizzazione del feudo Manchi fu iniziata dal barone della Scala Onofrio Lombardo e Trigona intorno all1726, anno in cui ottenne dal ” Sovrano il permesso di immettervi una colonia di” greci albanesi cattolici” ,la quale sarebbe stata a lui soggetta secondo le leggi del mero e misto impero e sarebbe stata esentata per ventidue anni da ogni gravame fiscale di tande e donativi”.

            La realizzazione del progetto non fu facile. Solo nel 1751, infatti, Giuseppe Lombardo Lucchese, succeduto nl1736 al padre, Onofrio “ riuscì a porre in atto il suo divisamento”. L’intento del Barone della Scala potè concretizzarsi grazie all’aiuto di un suo cugino, “ il religioso Alberto Ugo e Lucchesi”, il quale vantava a Napoli amicizie altolocate e molto influenti. Questi mise in contatto il barone con “ un certo Capitano Ghil, un veneto della costa  illirica, il quale era stimato per uomo di sommo onore, di esperienza e di somma abilità in ogni cosa”.

            In quel periodo il Capitano Ghil aveva ricevuto dal Re l’incarico di trasportare ad Orbetello e a Procida un numero considerevole di “ famiglie coloniche” al fine di popolare i due territori. Prima di recarsi in Dalmazia fece sapere al Barone della Scala che egli ”si sarebbe fermato ancora qualche giorno a Napoli”   per attendere la sua decisione, suggerendo una serie di consigli utili per l’eventuale invio della “tartana occorrente al trasporto”  dei coloni.

            Intanto padre Ugo informava il cugino che l’operazione doveva essere condotta con grande prudenza, poiché Venezia non gradiva che la popolazione dalmata, baluardo contro i Turchi, emigrasse. “L’ira veneta” era temuta moltissimo anche dallo stesso Ghil, non è a caso che Michele Casamagra, incaricato dal Capitano del trasporto dei coloni, curò di precisare al Barone della Scala che qualora egli “avesse a soffrire dal Veneziano qualche persecuzione a motivo d’aver fatto andare in Sicilia la popolazione delle venti famiglie suddette ( cioè greco albanese) vuole il permesso di poter egli anche venire a rifugiarsi nella popolazione della Scala sotto patrocinio dell’Ecc. mo Sig. Barone”.

            Le titubanze del feudatario, nell’attuare il divisamento, svanirono del tutto nel momento in cui conobbe, per opera del cugino, l’esatta  descrizione dei coloni: ”…le venti famiglie per venire nostri Vassalli- scrive padre Ugo- saranno tutti uomini d’età non più di 40 anni con figli e moglie, e tutti abili e praticissimi d’ogni sorte d’agricoltura. Verranno tutti armati di sciubba   alla schiavona, e ben vestiti; uomini grandi d’altezza e robusti; verranno poi da veri Vassalli, perch’io gl’ho detto vi dovranno servire come loro Principe, che dovranno essere sotto la vostra giurisdizione, lavorare nelle vostre terre, e pagarne il terraggio all’uso del paese, che dovranno anche pagare la proprietà delle case, e loro mi risposero che sanno il debito dè vassalli e per tali vogliono venire a servirvi colle condizioni scritte nella qui acclusa nota, onde mi sembra che con puoca spesa vi comprerete tanti schiavi”.

            Presa visione della lettera, il Barone, senza esitazioni, inviò i soldi necessari al Capitano Ghil, che diede il via all’operazione.

            In seguito si seppe “che queste famiglie furono prevalente dal villaggio di Pastrovich, nel Montenegro, e che per ottenere il permesso della loro partenza, foron distribuiti ai quattro capi tribù quaranta zecchini veneziani”.Non tutte le venti famiglie partirono. Infatti giunto il momento dell’imbarco “si vide che il barcone di Padron Marco Miserovich, prese a nolo da Michele Casanegra, era troppo piccolo e non poteva contenere che solo undici delle venti famiglie richieste; perciò sulla spiaggia di Badua, dove sciolsero dopo quattro ore di cammino dal paese loro, non furono imbarcate se non 64 persone, mentre le altre 84 che componevano le nove restanti famiglie, rimasero lassù, né mai più seguirono la sorte dei loro compaesani”.

            Il 27 maggio del 1752 Michele Casanegra riuscì ” come Dio volle”, a sbarcare i coloni Barletta, “dov’era d’uopo fare la quarantena”. Il 23 agosto furono nuovamente imbarcati per raggiungere Malta, “ donte, dopo un’altra quarantena, raggiunsero Girgenti. Da lì si posero in cammino per i Manchi dove furono alloggiati e ricevuti da persone inviate dal Barone e dove, indi a poco, ricevettero la visita del loro nuovo signore”.

            “ La prima cerimonia che fu fatta nell’erigendo paese fu la professione di fede cattolica, che gli emigranti fecero nelle mani del Padre Giovan Crisostomo Gazzetta, Proposto dell’Oratorio di San Filippo della Piana dei Greci, e del Reverendo Sacerdote Saverio Bevistrelli, missionario apostolico, ambedue commissionati dall’inquisizione”.

            Ben presto la colonia cominciò a crescere e a prosperare, “ mischiandosi con altre famiglie siciliane che andavano a stabilirsi nel feudo “; si conformò alle usanze sicule e perse l’idioma greco “non restando che li cognomi di quelle famiglie”.

            Nel 1801 il Barone Vincenzo Paternò Lombardo riuscì ad ottenere dal Re “che la terra di Manchi fosse elevata a municipalità, ossia “università” come allora si diceva; essa, infatti, fu censita dalla Deputazione del Regno e colluttata col nuovo nome di Marianopoli, “per indicare la sua origine greca “.In questa numerazione delle anime, esse risultarono 864. Nel tempo istesso il Barone ottenne dall’Arcivescovo di Messina suo Ordinario Diocesano, che elevasse a Parrocchia la Chiesa principale, da lui donata di 40 onze annuali e sulla quale si riserbava il diritto di patronato.

            In seguito a ciò, Marianopoli ottenne voto in Parlamento e fu decorata di titolo Marchionale”. Vincenzo Paternò Lombardo fu il primo marchese di Manchi. Il riconoscimento gli fu concesso il 28 ottobre del 1806 “ per aver costruito l’abitato”. 

           

 

           "Da Marianopolis a Marianopoli" - M. A. Lo Iacono / C. E. Fasciana    (per gentile concessione degli autori)

 
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